Il Fattore “D”

E’ storia umana nota: nei momenti di crisi si spegne il cervello e si fa parlare la panza, la quale ragiona per sandalostereotipi e luoghi comuni.
E’ un nostro meccanismo evolutivo grazie al quale, e non solo al quale, siamo qui da 2 milioni e mezzo di anni a scassare le balle a tutte le altre specie.
Uno di questi meccanismi e’ quello di prendere una caratteristica di una persona o di un popolo e di perpetuarla, anche se le condizioni cambiano, cosi’, giusto perche’ non si e’ mai sicuri.
Nel millennio scorso per esempio il “Fattore K” (da Komunizm, alla russa) era quello che impediva che il PCI andasse al governo in italia: non importava che il PCI fosse ben lontano dal Politburo, non importa che i comunisti italiani avessero dato prova di aderire ai valori democratici dal dopoguerra, non importava nulla, i comunisti italiani erano comunque sempre e inesorabilmente Komunisti.
Ecco, finito quel fattore ora in Europa e nel mondo abbiamo a che fare col “Fattore D”, il Fattore Deutschland (alla tedesca).
I momenti di crisi non mancano e quindi lo stereotipo germanico salta fuori e spaventa tutti. Sara’ forse che celebriamo il centenario di quella tremenda follia che e’ stata la I guerra mondiale, sara’ sta roba assurda della austerity, ma soprattutto sara’ (stato) il mondiale balonico, ma il fatto e’ che i tedeschi sono lo spauracchio e come e’ stato ripetuto piu’ e piu’ volte su questo blogghino, nulla fa piu’ paura di quello che non si conosce e quello tedesco e’ uno dei popoli meno conosciuti.
Il “Fattore D” e’ saltato fuori potentissimo proprio in questa tornata religios-balonica e il climax (non me l’aspettavo) si e’ raggiunto con la telefonata di un noto personaggio dalla C strascicata che mi ha chiesto di risolvergli il busillis: “Pilger aiutami!” – ha esordito il personaggio in occasione della messa Germania-Argentina e ancora prima di dire guten morgen – “sono in Germania da tanto, parlo tedesco, mia moglie e’ tedesca, mio figlio e’ <sgrunt> tedesco, ma allora come mai non riesco a tifare Germania?!”
E son problemi.

Pochi giorni dopo un sudamerico, non mi ricordo se brasilero o uruguagio ha mostrato la stessa perplessita’: “Ma come mai voi italiani vi sentite piu’ simili agli argentini che ai tedeschi?! Non siete comunque europei?!”
Beata innocenza!
Pero’ la domanda e’ lecita’: come mai ci sentiamo piu’ affini a gente al di la’ dell’oceano e percepiamo come alieni quelli che stanno al massimo a 2000km di distanza?! Sara’ la lingua? Possibile. Oppure la storia migratoria?! Forse. Sara’ che gli argentini hanno lo stesso vizio caciarone e fascistone degli italici? Probabile. Oppure e’ l’indole emotiva? Mistero.
Sta di fatto che nel forum di una nota radio di cui non faro’ il nome (Radio Popolare di Milano) alla domanda “Tifate per argentina o germania?” c’e’ stata una valanga di sostegni per la nazionale sudamericana e per qualcuno addirittura la domanda era inutile: “Come si fa a tifare per la Germania, i nostri nemici di sempre?”
Nemici di sempre?!? Non si capisce se si parlava di inimicizia di balone o inimicizia in genere e poco serve a ricordare agli smemoratissimi italiani che nell’ultimo giro guerresco eravamo molto amici coi germani, almeno prima di voltare la gabbana.

Io nel mio piccolo ho chiesto in giro il perche’ non sia possibile tifare per un vicino europeo e ho trovato risposte interessanti: perche’ i primi della classe stanno sempre sulle balle, perche’ i tedeschi sono arroganti, perche’ non si puo’ empatizzare con chi vince tutto e via via fino a risposte becerissime tipo “perche’ son tedeschi no?” o financo tirando fuori la carta nazi, la quintessenza del Fattore D.
Non importa se la germania e’ il paese meno nazista in europa, non importa se la nazionale tedesca e’ multi etnica, multi culti, multi tutto, non importa che la germania si stia trasformando da paese esclusivo (che esclude) a paese inclusivo. Non importa nulla, quello che importa e’ il “Fattore D” e questo basta e avanza.
“Vuoi la riprova che il tedesco ci e’ alieno?!” mi ha invitato un interlocutore “Guarda col brasile, potevano fermarsi a 4 reti e invece no, hanno voluto schiacciare l’avversario come un panzer, umiliarlo, non gli bastava vincere. Tipico tedesco, noi ci saremmo fermati”.
mumble mumble. io li’ per li’ la soluzione al mistero del 7 a 1 ce l’avevo, ma non ero sicuro (in fondo non sono tedesco) e quindi mi son zittito, pero’ ne ho avuto conferma giorni dopo…pazientate.
Un altro interlocutore e’ andato oltre e durante una delle tante partite gli e’ scappato un colpo mentre puliva lo stereotipo: “ma guardali, biondi e con gli occhi cerulei, dimmelo se non sembrano SS” arrivando cosi’ a vette irraggiungibili di razzismo, quello vero quello che vede nelle caratteristiche fisiche la materializzazione di un comportamento. Cose che io non ho mai ho sentito, vivendo in germania, nemmeno dai parte dei neonazisti, quelli veri.
Ovvio si era in clima ballonaro quindi ogni colpo basso e’ lecito, ma fa un certo effetto sentire certe cose.
Nulla ovviamente e’ valso ribadire che Boateng e Özil non sono esattamente icone dell’arianesimo e pure Khedira avrebbe fatto innervosire qualsiasi gerarca. No il Fattore D, impedisce qualsiasi dialogo.

Un’altra componente che rende i tedeschi alieni e repellenti come ragni e’ il diverso modo di mostrare le emozioni, anzi qualcuno avanza pure il dubbio che i tedeschi le abbiano ste emozioni.
Sempre il noto personaggio, quello con la C, mi imbecca:
“Ma hai visto Löw?! Hai visto come ha reagito alla vittoria?! Mostrando la stessa gioia che ho provato io quando mi han rigato la macchina! Ma si puo’?!”
Tempo fa, una leggiadra interlocutrice usava la stessa argomentazione per dimostrare come i nazisti (si’ certo, si finisce sempre li’) rimanessero comunque in cima alla classifica dei mostri sterminatori, anche se sorpassati da ben altri mostri in tempi piu’ recenti: “se fai fuori 1 milione di persone a colpi di machete mostri odio che e’ un sentimento. Invece sterminarne 6 milioni con il gas e’ molto peggio, non c’e’ nemmeno il contatto fisico. E’ questa carenza di umanita’ (sic!) che rende i tedeschi il peggio del peggio”.
Quando ho accennato al fatto che i nazisti si sono cimentati con un problema lasciato insoluto da altri popoli, quello della questione ebraica, e avendo trovato una soluzione efficiente e indolore (si’ lo so, e’ un iperbole) mostrando a tutto il mondo come si fa, l’interlocutrice mi e’ saltata alla gola vedendo confermata la sua tesi: “Ecco! Per loro era un problema, non c’era manco odio! Come quando mi si rompe la macchina e la devo aggiustare, mica odio la scatola del cambio!”
Insomma e’ l’emozione che fa la differenza. Strana cosa parlare delle emozioni dei tedeschi in questi termini, delle emozioni di un popolo che ha inventato il romanticismo.
Eppure…eppure e’ proprio questa la chiave, non l’assenza delle emozioni, ma la qualita’ delle emozioni. Qual e’ l’emozione predominante dei tedeschi quando devono affrontare un problema?!

Io ormai ho una vaga idea di quale sia la risposta, ma la conferma l’ho avuta una sera, subito dopo la conclusione della sciagura calcistica e mentre si cenava con un master dell’arte marziale e vari altri studenti. Essendo il master argentino sapevo cosa mi sarebbe toccato.
L’argentino non ha messo in discussione la meritata (dicono) vittoria, ma e’ tornato sul punto dolente: “Perche’ voi (inteso tedeschi e coinvolgendo il sottoscritto) avete infierito sul brasile?! Non sarebbe stato fair fermarsi a 4 gol?”.
Qui la socia, sangue caliente sassone, ha fatto cadere la maschera e io ho assistito allibito e sollevato alla spiegazione che mi girava per la testa ma non riuscivo a verbalizzare: “No guarda, avete tutti frainteso. La squadra tedesca HA mostrato fair play. La squadra tedesca e’ addestrata a livello professionale, era allenata per andare sempre in rete e questo ha fatto. Il fair play l’ha mostrato segnandone solo sette di goal e non 14!”.
“Maddai, 4 bastavano!” e’ sbottato il master e qui e’ venuto fuori il succo, la summa, il distillato, la quintessenza della tedeschita’, quella cosa che quasi nessuno riesce a vedere o ad ammettere:
“No che non bastavano!” – ha risposto la socia sassone infervorata – “Perche’ tutto puo’ succedere! Metti che un giocatore tedesco si spaccava una gamba e uno veniva espulso. Metti che i brasiliani si incazzavano e si facevano spuntare le palle, metti che magari era tutto un trucco e i brasiliani si trasformavano in 11 pele’, metti che uno dei nostri impazziva e faceva tre autogol….nononono 4 non e’ abbastanza, 7 e’ la misura giusta per stare al sicuro”.
Il master era allibito e lo ero anch’io. Lui era allibito perche’ non poteva credere che la socia fosse seria, io lo ero perche’ sapevo che era serissima e che ci aveva appena svelato il mistero dell’animo dei tedeschi: la profonda, insanabile, inattenuabile, inguaribile Angst.
Angst e’ parola intraducibile, riportata solitamente con “paura” a volte con “ansia”,  ma e’ un sentimento piu’ sottile e devastante della pura strizza e molto piu’ tangibile dell’ansia.
Angst e’ un misto di paura e ansia, di timore ancestrale di fallire e/o di impotenza di fronte al fato e agli eventi. E’ la pulsione frustrata e irresistibile verso la perfezione e la coscienza che non si raggiungera’ mai.

L’Angst si manifesta in ogni campo.
Non importa se sei una potenza economica mondiale. Non importa se sei il numero 1 in europa. Non importa se hai una struttura sociale solida e un welfare che sta ancora in piedi. Non importa niente: metti che i cinesi decidano di annientarti, metti che il WTO decida che i tedeschi non possano piu’ esportare nemmeno un wurst, metti che arrivino gli alieni e si fottano tutti i soldi delle tasse. Nononono non si puo’ mai essere sicuri e bisogna continuare ad accumulare grano.

In ogni campo.
Non importa se hai l’esercito piu’ potente e organizzato del mondo, non importa se hai un leader pazzo e carismatico che mobilita milioni di persone, non importa se hai sviluppato tecniche e tecnologie che ti permettono di vincere le battaglie: metti che gli altri sviluppino un’arma segreta che ti fotte, metti che tutti si coalizzino contro di te, metti che il tuo alleato che ti ha promesso amore eterno…no non quello con gli occhi a mandorla, quello pelato e con le mani ai fianchi ecco quello, metti che ti abbandoni. Nononono non si puo’ mai essere sicuri e bisogna continuare ad accumulare vittorie militari fino allo scontro finale.

In ogni fottuto campo.
Non importa se hai la squadra di calcio migliore, quella piu’ preparata fisicamente e psicologicamente. Non importa se il mondiale precedente hai mostrato che la squadra funziona, non importa che tu sia focalizzato e professionalmente freddo: metti che quelli si sveglino a meta’ tempo e ti incassino 4 pappine, metti che ti venga una vendetta della schiava Isaura a tre quarti dalla fine e devi trovare un cesso al piu’ presto e si fotta il mondiale, metti che uno stregone candomble’ abbia gettato la maledizione. Nononono non si puo’ mai essere sicuri e bisogna continuare ad accumulare i gol.

Questo ritengo sia l’essenza e la radice del Fattore D.
Impossibile da dissolvere? Forse…ma ci sono segnali che le cose stanno cambiando.

<continua>