Marta e le catastrofi di questo mondo

No, no, no e ancora no! Dunque, è già una catastrofe dover andare a lavorare, quando a casa avrei un’infinità di belle cosucce da fare, quali dormire fino a mezzogiorno, bere una chicchera di caffè in santa pace, leggere il giornale, darmi lo smalto alle unghie, farmi un paio di porno-telefonatine, stendere la biancheria, riordinare lo stramaledetto armadio che, solo per farmi incavolare, si riempie sempre di più e – ah già – devo anche ricordarmi di inviare un regalino di compleanno alla nonna, oddio, sono già passati quattro mesi da quando me lo dissi l’ultima volta? Devo proprio sbrigarmi.
Ma alle 8.16’25’’ (otto, sedici minuti e venticinque secondi) manco morta risalgo sullo strapieno e stramaledetto metrò del cavolo! E in un giorno di pioggia, poi!
Tutti pigiati l’uno contro l’altro come in una scatoletta di sardine sott’olio di marca scadente da € 0,42. I passeggeri grandi e grossi, con la pelle grassa e i capelli oleosi hanno già i loro problemi, come posso costatare con gioia – tiè, questa va sul conto di quelli che mi schiacciano sempre i piedi – ma io, così piccola, un peso mosca con la pelle secca, come posso difendermi o affermarmi prima delle 8.30?
Cinque, dico cinque centimetri mi separano dal viso del vicino, l’ombrello bagnato mi gocciola sulle mie sabot nuove in raso blu (perché doveva piovere proprio oggi?), gli occhi cercano disperatamente di fissare un punto lontano, ma dove? Ah già, alla mia sinistra intravedo una giovane figura dagli occhi a mandorla, la oltrepasso e vado in volo, col pensiero, in Tailandia, o Singapore, è uguale, l’importante è allontanarmi con la mente dall’alito del vicino.
Mi prude il naso e vorrei grattarlo, ma come fare, la mia mano sinistra tenta disperatamente di salire, ma è impossibile, gli sguardi innervositi dei passeggeri mi paralizzano il movimento. Lentamente, molto lentamente la mia mano si affloscia e torna nella rigida posizione da soldatino di piombo.
Solo le mie narici tremano silenziose in mezzo alla folla.
La sardina numero 46 tossisce. Sul mio collo.
Meno male che la mia amica, che ha studiato biologia, non è con me, altrimenti mi racconterebbe dei milioni, miliardi, bilioni, trilioni di bacilli, microbi, virus e altre bestiacce e tutti, dico tutti, buttati a capofitto sul mio tenero e ingualcibile collo. Perché mai stamani non ho pensato di indossare i miei stivaletti nuovi con i 12 centimetri di tacco a spillo, mi chiedo? Ci dovrò pensare, prima di prendere la metropolitana la prossima volta.
Ma soprattutto dovrò pensare a ingurgitare una quantità enorme di Tzatziki, la salsina greca a base di aglio: penso che mi procurerebbe spazio a sufficienza, con o senza pioggia.
(Marta Veltri)