Lo shock di Fukushima. A rischio la società o società del rischio?

Questo articolo e questa riflessione prendono spunto e sono dedicati a Ulrich Beck. Sociologo tedesco, professore all’Università di Monaco di Baviera e alla London School of economics, ma soprattutto intellettuale nel più classico ed ampio senso del termine che rivendica a sé tale ruolo e lo “pretende” anche da chi si occupa e lavora attivamente con la cultura. A lui dobbiamo l’introduzione dei concetti di “seconda modernità” e di “società del rischio” nella sociologia moderna.
Secondo la teoria di Beck, oggi l’umanità sta vivendo una seconda modernità. Finita la società classista, essa è caratterizzata oggi da cinque differenti e fondamentali elementi: la “globalizzazione”, l’“individualizzazione”, la “disoccupazione”, la “rivoluzione dei generi”, ed i “rischi globali” legati soprattutto alla crisi ecologica ed all’instabilità dei mercati finanziari. Al centro della sua opera teorica vi è l’analisi del ruolo del rischio all’interno delle società contemporanee e degli effetti sociali da esso derivanti.
Il rischio, elemento differente dalla fatalità, poiché determinato dall’uomo e dallo sviluppo del suo sapere tecnologico, diviene la connotazione principale della nostra società, sostituendo le più in voga definizioni di “consumistica” e “post-industriale”.
La società contemporanea sta, secondo la teoria di Beck, vivendo una modernizzazione della modernizzazione ed, in questo cambio strutturale, si sta definendo come “società del rischio”.
In tale dissoluzione della società industriale nella società della modernità emerge una radicale tendenza, ovvero quella del dissolvimento della solidarietà nel suo contrario, l’individualità, che si evidenzia anche attraverso un neo-liberalismo selvaggio, patrigno di un mercato senza regole e sempre più globalmente deregolarizzato. Già la società industriale aveva mostrato come la produzione della ricchezza fosse l’ideale, lo scopo, la finalità principe e, dunque, prevalente rispetto alla produzione (in essa implicita) dei rischi. Nella presente modernità la produzione sociale di ricchezza diviene parallela ed intrinseca a quella sociale di rischi per l’ambiente, per l’ecosistema, per gli animali e, ovviamente, per l’uomo stesso. Inoltre, essendo la globalizzazione un altro elemento fondamentalmente caratterizzante la modernità, tali rischi non sono circoscrivibili a gruppi o luoghi, ma sono, per l’appunto, globali. L’ideologia del libero mercato globale sviluppatosi nell’ultimo ventennio, ha come suo lato oscuro la globalizzazione della minaccia. Basti pensare alla catena alimentare che collega tutto a tutti, Chernobyl a Fokushima e questi luoghi ad ognuno di noi. Il rischio, però, è democratico, perché nel “mercato della globalizzazione” come un boomerang, prima o poi, torna indietro, colpendo anche chi lo produce. La vittoria nella breve durata del capitale, genera rischi e minacce nella prospettiva della lunga e lunghissima durata, come avrebbe detto lo storico Fernand Braudel. Non solo i rischi aumentano, ma i singoli individui e l’intera società divengono
sempre più consapevole di essi. La drammaticizzazione del rischio è anche, al contempo, una maggiore percezione di esso, processo questo nel quale sono ben coinvolti i mass media. Perché è spesso così che siamo esposti a rischi dei quali non abbiamo percezione, prima ancora di non averne coscienza e, come nel famoso caso della BSE (il morbo della mucca pazza), sono appunto i mass media a stimolare la percezione e, dunque, la consapevolezza dei rischi che stiamo correndo.
L’inconsapevolezza del rischio è un fattore, però, ineludibile, poiché relativamente a tutte e alle ultime conseguenze di una tecnologia nessuno è, né può essere, esperto. Nessuno può sapere veramente, può calcolare l’ultimo ipotetico rischio possibile dei cibi transgenici, per esempio. Tutti noi, a partire dalla scienza, dalla politica, dagli scienziati camminiamo sulle pericolose sabbie mobili di una taciuta ma conclamata ignoranza relativa al rischio. Ed essa si mostra anche in tentativi goffi, ma spesso di successo, di negare il rischio evitando di calcolarlo. Se non ci sono test per verificare una malattia a
lunghissima incubazione come la BSE, essa non esiste fino al verificarsi dei casi conclamati. Fino ad allora siamo tutti sani, anche se ipoteticamente potremmo essere tutti ammalati.
Se si ammette, dunque, con Beck di vivere in una società del rischio non più calcolabile e
convenzionale, ma globale e permanente e, quindi, di essere costantemente minacciati, si potrebbe seguire il nostro sociologo anche nel tentativo di un futuro meno catastrofistico rispetto alle premesse.
Una società globale del rischio che riflette apertamente e culturalmente sui rischi globali da essa generati e che a sua volta la generano, richiamando una “società cosmopolita” nella sua più alta eccezione, ovvero, in quella kantiana, fondata sulla riflessione culturale ovvero interculturale.

(Marinella Vicinanza)