La nostra Italia da pronto soccorso

Arrivo al pronto soccorso di Sora (FR) verso le 13.30. È sabato, mi sono “affettato” una falange della mano sinistra con il coltello per il pane, il taglio è molto profondo e ci vogliono i punti di sutura. Per arrivarci ho percorso in auto una ripida rampa che sovrasta la camera mortuaria, ma appena arrivato mi sono accorto che non ci sono parcheggi disponibili, i sei posti autorizzati a disposizione (altri 4 sono per i portatori di handicap) sono occupati. Torno indietro e lascio l’auto molto più giù, nel parcheggio dell’ospedale. Rifaccio la rampa a piedi: perché, vista la vastissima area a disposizione, ci sono così pochi parcheggi vicino al pronto soccorso?
L’androne che fa da sala di attesa è verniciato di un giallino smorto, scrostato e desolante. Sulla vetrata che divide la sala dal minuscolo ufficio per l’accettazione ci sono comunicati e informazioni pubbliche attaccati con cerotti da medicazione. C’è puzzo di chiuso e di malaticcio. Il display per i “numeretti” è spento, nel contenitore non ci sono numeretti. Sulla parete adiacente l’accettazione un televisore gigante a schermo piatto dà un tocco hi teck a tutto l’insieme, ma è spento, e il cavo di alimentazione che, tagliato di brutto, pende dietro, smorza ogni entusiasmo: del resto mica siamo al cinema, no? Gli astanti mi guardano: i loro occhi, tutti uguali, sono un insieme di rassegnazione, disperazione e rabbia. Un tizio con un piede avvolto in quella che mi sembra una fodera da cuscino chiazzata di sangue mi dice che devo suonare il campanello e aspettare. Suono. Di là dal vetro un’infermiera che sta misurando la pressione ad una donna anziana mi fulmina con un’occhiata che
dice: mettiti lì buono e aspetta. Aspetto. Mezzora. Mi riaffaccio e l’infermiera, stizzita, mi fa segno di entrare, mentre la donna anziana si sta riabbassando la manica della camicia. Entro: generalità e problema. Un pezzo di carta con su scritto a penna “Codice bianco”. Posso andare.
Torno nella saletta, mi siedo su uno dei sedili di plastica: deve averli disegnati un fachiro, penso, ma poi mi rassicuro, devono essere stati pensati e scelti per attese brevi. Chiedo ad un tizio pallido ed emaciato seduto poco più in là cosa significhi codice bianco: mi indica sogghignando uno dei comunicati attaccati con il cerotto: codice bianco, urgenza minima; codice giallo, urgenza media; codice rosso, urgenza massima. Lui ha un codice giallo, urgenza media ed è lì, mi dice, da tre ore.
Arriva un’ambulanza a sirene spiegate, scaricano una barella con sopra un ragazzino con una gamba fasciata coperta in parte da un lenzuolo, avrà 12-13 anni e piange, lo portano dentro senza passare per l’accettazione. Al di là della porta, nel corridoio, intravedo diverse barelle occupate da pazienti con flebo, anziani su sedie a rotelle, via vai di camici. Richiudono. Un uomo sulla cinquantina sbotta: “Tre ore che sto qui, un c… di codice giallo, non mi sento bene e passano avanti senza accettazione”. Una donna con una mano fasciata gli dice che quel ragazzino ha diritto di passare perché è stato trasportato in ambulanza e che comunque lei sta lì da prima di lui e non fiata. Il tizio stizzito le risponde che la prossima volta verrà anche lui in ambulanza, anche solo per farsi misurare la pressione. La donna non risponde. Un uomo sui sessanta con i capelli lunghi grigi e unti, il naso coperto da un largo cerotto, facendo correre uno sguardo inquisitore su tutti i presenti, manifesta ad alta voce il suo pensiero: “Ecco, questi sono gli italiani, gente egoista, che pensa sempre e soltanto a se stessa”. Il tizio sui cinquanta si incavola e gli urla di non intromettersi. Un bimbo di 3-4 anni in braccio alla mamma scoppia a piangere. Un infermiere si affaccia e urla di farla finita altrimenti “chiamo i carabinieri e vi faccio passare un guaio”. Tutti tacciono meno il bambino che continua a piangere e a disperarsi. Un’altra ambulanza: stavolta è una donna anziana coperta fino al collo con il solito lenzuolo, una flebo al braccio destro, il viso bianco morte. La portano dentro senza passare per l’accettazione, il tizio sui cinquanta sbuffa, ma resta in silenzio. Si apre la porta del bagno, accanto alla sedia su cui sono seduto: un tizio esce insieme ad un puzzo di urina che prende alla gola.
La richiudo io, lui ha il braccio destro appeso al collo e con la sinistra tiene il cellulare attaccato all’orecchio: sta urlando qualcosa a qualcuno minacciandolo di fargli avere presto quello che si merita “per questo trattamento da barbone”. Si siede in fondo alla saletta dopo aver lanciato un’occhiata di fuoco all’infermiera dell’accettazione che ricambia serrando le mandibole. Si riaffaccia l’infermiere: “Trilli, chi è Trilli?” Trilli si alza di scatto dalla sedia e per poco non cade a faccia avanti sul pavimento, è un uomo anziano molto in carne, rosso in viso e con probabili problemi di circolazione sanguigna: aspetta da quattro ore e mezza e gli si sono addormentate le gambe.
Arrancando e aggrappandosi alle sedie, ignorato dall’infermiere, entra.
Al di là della porta ancora via vai di camici, barelle, parenti che piangono, donne anziane che pregano, sedia a rotelle. Richiudono.
Alle 18, dopo quattro ore e mezza, una ventina di ambulanze, altri 20-21 casi disperati passati senza l’accettazione ma direttamente da dentro, da un accesso interno dell’ospedale, il posto a sedere ceduto ad una donna con la febbre a 40 e un principio di polmonite, l’infermiere si affaccia. “Rossi, chi è Rossi?”. Mi alzo, entro. Il via vai è più frenetico di prima. Un’infermiera porta via in barella un uomo con la flebo al braccio che si contorce e si lamenta tenendo le mani serrate sullo stomaco, e sbuffando gli sibila che non è niente, che deve stare tranquillo, che ci sono casi ben peggiori del suo. Altri 45
minuti di attesa in piedi fra carabinieri in divisa e in borghese, infermieri, bambini, anziani, portantini, familiari che imprecano al governo, alla repubblica e a Garibaldi che ci ha riunificati (si dice che il primario sia del sud) e i malati in attesa di andare ai reparti, sempre gli stessi, sempre nelle barelle e sulle sedie a rotelle nei corridoi. Alle 18 e 45 un’infermiera tarchiata e dall’aria truce urla: “Rossi, chi è Rossi?”. Faccio segno con la mano e lei mi invita ad entrare in una stanza in fondo al corridoio, mi fa declinare le generalità, si fa spiegare la dinamica dell’incidente, mi prende amabilmente in giro
asserendo che “È quindi vero che gli uomini non sono buoni a nulla in cucina” e mi fa sedere sul lettino preservato da un foglio di carta bianca sdrucita e già usata. Ancora qualche minuto e arriva la dottoressa del pronto soccorso, una donna bionda, magrissima e all’apparenza nervosissima. Senza fiatare legge il foglio compilato dall’infermiera e mi applica 4 punti di sutura, senza alcun tipo di anestesia, che mi fanno vedere distintamente tutte le stelle del firmamento e perfino qualcuna, non ancora scoperta, più in là. Esco alle 19 e 25. Nella sala d’attesa ci sono facce nuove, ma gli occhi sono sempre gli stessi: iniettati di odio e rassegnazione. L’infermiera all’accettazione è cambiata. Saluto, non mi risponde nessuno. Fuori è buio, sono stanco, anzi, stravolto. Un senso di frustrata impotenza mi pervade mentre penso a quanto paghiamo in tasse, a quanto poco occorre per verificare da capo a piedi un calciatore che prende una storta in campo, alle pubblicità progresso che ci invitano a dare soldi per costruire ospedali nel terzo mondo e al fatto che non sai con chi prendertela: gli infermieri sono al limite delle loro possibilità, i medici sono anche oltre. Il primario non c’è e se c’è devi stare anche molto attento a come parli, se non vuoi ritrovarti davanti ai giudici (che ti darebbero comunque torto). Raggiungo l’auto e riattraverso Sora: è deserta, la gente, forse, nelle case si prepara per la “serata”, io ho voglia della mia poltrona e di silenzio. E niente telegiornali, niente politici, niente proclami a vanvera sulla riforma sanitaria in atto che starebbe “ottimizzando le risorse rendendole
efficienti e al passo con i tempi”, per almeno una settimana (e non so se basterà per “disintossicarmi”). A proposito, il dito che mi sono tagliato è il medio, ora è ben fasciato e si distingue chiaramente dagli altri. Ecco: vorrei mostrarlo a qualcuno, a qualcuno molto basso ma molto, troppo in alto, con tutto il cuore.

(Lucio Rossi)