“Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura”

“Cosa vuol dire avere un metro e mezzo di statura” cantava quasi quattro decenni fa Fabrizio de André in quel bellissimo LP ispirato all’Antologia di Spoon River del poeta americano Edgar Lee Master, la cui traduzione, ad opera di Fernanda Pivano, riscuoteva proprio in quegli anni un grande successo. Per chi non conoscesse l’opera, dirò che l’autore aveva immaginato che nel cimitero della sua cittadina (Spoon River appunto) ognuno dei sepolti potesse scrivere il proprio epitaffio. E De André ne aveva rielaborati alcuni, facendone delle bellissime canzoni. Nei versi sopra citati chi parla è un giudice, il quale confessa di aver esercitato la sua professione facendo scontare agli imputati il rancore che, a causa del suo nanismo, portava verso il mondo. “E allora la mia statura – dice – non dispensò più buon umore / a chi alla sbarra in piedi mi chiamava vostro onore. / E di affidarli al boia fu un piacere del tutto mio…”
Noi tutti, nella nostra naturale cattiveria, ci siamo accaniti, in quell’età di puro egoismo che è l’infanzia, contro chi era portatore di un difetto fisico. E chi, in quella stessa età di estrema suscettibilità, ha subito quelle prese in giro, sa bene quanto queste facciano male. Crescendo abbiamo poi imparato a trattenerci, sia per comprensione verso chi era meno fortunato di noi, sia perché un atteggiamento tanto aggressivo avrebbe nociuto alla nostra reputazione; ma in privato o dentro di noi, abbiamo continuato a canzonare ferocemente chi ci stava sullo stomaco, aggrappandoci a tutti i suoi, magari anche minimi, difetti fisici.
Non è bello perciò che io qui adesso metta alla berlina una persona ricordandone il suo nanismo. Ma poiché questo è la causa evidente della sua condotta miserabile e poiché tale microsomia è senza alcun dubbio la ragione del rancore e del disprezzo che nutre verso il prossimo e che lo porta a irridere e a offendere gli altri attribuendosi una statura culturale che non ha o che, se ha, è pari solo a quella fisica, non trovo nessuna ragione per non rinviare a un complesso psicologico derivante da quella deficienza di crescita, la miseria morale dei suoi comportamenti anche recenti.
Sto parlando del ministro Renato Brunetta, uno degli esemplari più pittoreschi e al tempo stesso più molesti del serraglio berlusconiano. Abituato ad essere osservato, per evidenti ragioni, dall’alto in basso, tenta da un’analoga posizione di guardare gli altri, negando loro ogni competenza, ogni professionalità. Del resto in uno dei suoi tanti deliri televisivi disse di disporre della dottrina necessaria per vincere il premio Nobel per l’economia. La realtà vuole però che gli inizi della sua carriera politica avvengano sotto l’ala protettrice del suo concittadino Gianni de Michelis, noto per la sua stazza, l’avversione allo shampoo e la frequentazione delle discoteche più “in”, forse l’individuo più rappresentativo di quella che Rino Formica definì, pensando forse anche a Brunetta, una “corte di nani e ballerine”.
Ho accennato all’arroganza di Brunetta verso i suoi interlocutori; posso confermare annoverando anche Tremonti fra quelli che da lui sono stati spregiati (“È laureato in legge, mentre io in economia” ha detto qualche tempo fa il Nostro alludendo a una sua pretesa maggiore competenza in materia), ma devo rilevare un’eccezione: quella verso il presidente del Consiglio. L’ho ascoltato infatti un anno fa tessere le lodi del Cavaliere in un’intervista a Radio 2. Sembrava sciogliersi, il ministro, nominando quello che lui, come un bravo attendente che parli del suo ufficiale, chiamava “il presidente Berlusconi”. È evidentemente capace anche di toni dolci il Nostro e non solo esasperati, come ad esempio quelli esibiti in quella famosa conferenza stampa in cui parlò di una “sinistra di merda” che doveva “andare a morire ammazzata”. È un filmato da antologia: l’ometto si dimena con quelle sue braccette come un burattino affacciato alla scena del teatrino.
Con tutto il rispetto per ogni professione onesta, devo a questo punto ricordare che Brunetta è figlio di un venditore ambulante che esercitava in piazza San Marco. Si può supporre allora che le buone maniere non siano state il suo primo pane quotidiano. E in piazza San Marco mi piacerebbe che tornasse, il ministro. Fra i colombi. Anzi i “cojombi” come li chiamano da quelle parti. Ecco sì, in piazza San Marco “cojombo fra i cojombi”; questi a spargere le loro deiezioni e lui a sputare il suo veleno contro un mondo che guarderà sempre dal basso.
P.S. Quando ho scritto questo articolo, il ministro Tremonti non aveva ancora espresso il suo giudizio su Brunetta. Rilevo con piacere che abbiamo sull’ometto la stessa opinione. (Corrado Conforti)