Con le mani nelle tasche degli italiani

Come era logico aspettarsi, la manovra di 40 miliardi varata a metà luglio dal governo senza l’ostruzione delle opposizioni e celebrata da Napolitano come “prova straordinaria di coesione nazionale, che rafforza la fiducia nell’Italia da parte delle istituzioni europee e dei mercati”, ha catalizzato anziché frenare gli attacchi speculativi sull’euro-lira, richiamando subito la maggioranza a un nuovo concepimento, i cui esiti si annunciano per dopo le sacre vacanze agostane. D’altra parte una manovra che rimandava il risanamento dei conti ai posteri della prossima legislatura (primo esempio di commissariamento di un governo futuro da parte di uno in carica) assomigliava a Tizio che chiede alla banca un prestito citando Caio come garante, ma senza conoscerlo. Così è finita che gli investitori hanno venduto le cambiali di Tizio-Tremonti, affossando il prezzo dei titoli italiani rispetto a quello degli omologhi tedeschi ai livelli di quando Berlusconi molti anni fa iniziava la sua, anzi la nostra, avventura politica.
La nuova finanziaria, ad oggi (20/08) ancora fortemente dibattuta anche all’interno della maggioranza, è cambiata nella tempistica ma non nei contenuti. Vi si risolve il problema più grave additato dai mercati, anticipando il pareggio di bilancio al 2013, cioè all’interno del mandato elettorale di chi ci governa. Si mantiene però intatta la sperequazione dei sacrifici richiesti a diversi gruppi sociali, che nell’Italia del 2000 non si configurano più come le vecchie “classi” di reddito, ma piuttosto come minoranze distinte per professione ed età. È la professione infatti a determinare la possibilità di evadere il fisco, possibilità che in un Paese in grave crisi morale come l’Italia si trasforma facilmente in propensione. Così si spiega il livello esorbitante e senza uguali nel mondo occidentale raggiunto dall’evasione fiscale nel nostro Paese: 120 miliardi annui, a cui vanno aggiunti altri 52 miliardi di lavoro nero. Ed è l’età a dividere la società in tre tronconi: i lavoratori, soggetti al rischio più o meno alto di perdere il proprio lavoro in un periodo di lunga recessione come quello che stiamo vivendo dal 2009; i pensionati, forti dei loro “diritti acquisiti”, difesi dalla legge e dalle convenienze elettorali dei partiti; e i giovani, sballottati da un tirocinio a un contratto a termine per anni, spesso impossibilitati a entrare nel mondo “adulto” del lavoro e della progettazione familiare anche dopo i trent’anni.
A differenza delle ultime leggi finanziarie del presente governo, caratterizzate soprattutto dai tagli “lineari” della spesa pubblica (eufemismo che indica una mutilazione proporzionale dei capitoli di spesa indipendentemente dal loro contributo allo sviluppo economico del Paese), questa nuova manovra “mette le mani nelle tasche degli italiani”, spostando l’ago della bilancia dalla riduzione delle spese all’aumento delle entrate. Nel 2011 non sono infatti previsti altri tagli, mentre con l’andata a regime delle misure fiscali nel 2012 e fino al 2014, le maggiori entrate contribuiranno costantemente per due terzi al totale dello sforzo di risanamento. Il maggiore gettito (fino al 20 percento del totale nel 2014) deriverà in particolare dalla riduzione, nuovamente “lineare”, delle 483 agevolazioni fiscali, incluse quelle per le famiglie. Fra le numerose voci vengono infatti colpiti i nuclei familiari con figli a carico, le spese mediche, per l’istruzione e per gli asili nido.
La manovra scarica quindi gran parte dell’onere per il pareggio di bilancio sui contribuenti, coloro che fino ad oggi potevano usufruire del sistema di detrazioni fiscali. In particolare sono colpiti i redditi da lavoro dipendente, gli unici davvero controllati dal fisco. A ciò va aggiunta la “tassa di solidarietà”, che si concentra sì sui redditi più alti, ma che ancora una volta chiede un contributo a chi già le tasse le paga. Mancano invece interventi a contrastare l’esercito di evasori, i piccoli ma soprattutto i grandi, quelli che anzi dai governi Berlusconi-Tremonti sono stati beneficiati ampiamente con “scudi fiscali”, cioè supersconti fiscali sull’imponibile evaso, di cui avranno magari usufruito lo stesso Berlusconi e molti clienti dell’avviatissimo studio di consulenza tributaria di Tremonti. Con i due scudi del 2002 e del 2009, nell’arco di poco meno di dieci anni i governi della premiata coppia hanno visto rientrare in tutto 119 miliardi di euro, una cifra inferiore all’evaso del solo anno scorso. Considerando la bassissima aliquota a cui vengono tassati i capitali neri reimportati (il 5 percento contro il 40 in discussione in Germania), si tratta di un magro guadagno per l’erario in confronto ai proventi che garantirebbe una seria politica di riscossione.
Non è finita. Ad aggravare lo scenario per la classe media e per i gruppi sociali più in difficoltà sarà la distribuzione dissennata dei tagli di spesa, che si concentreranno principalmente sulla sanità e sui trasferimenti agli enti locali. La prima voce si accoppia alla citata riduzione delle detrazioni fiscali per un servizio sanitario pubblico al contempo più caro e di peggior qualità. La seconda voce è invece la solita opzione pilatesca usata dalla premiata coppia per scaricare su altre istituzioni l’incombenza di tagli che essi non hanno il coraggio di decidere nel dettaglio, nella speranza di potersi presentare come vergini senza peccato alle successive elezioni nei collegi elettorali amministrati dalle opposizioni, a loro volta costrette a scelte impopolari per far quadrare i bilanci locali. Rimangono invece ovviamente intonsi i capitoli di spesa relativi alla “casta” politica, con ecumenica soddisfazione dei parlamentari in riunione plenaria.
Questo si evince dal disegno di legge, il cui testo tra l’altro presenta un’impagabile chicca: il lapsus “Costrizione” al posto di “Costituzione”, che chiarisce una volta per tutte l’idea deviata che i nostri governanti hanno dello statuto fondamentale, specialmente dove vi si enuncia l’uguaglianza dei cittadini e il loro diritto a essere trattati equamente. La tipologia di una manovra dagli esperti giudicata punitiva per l’economia nazionale, per quanto sulla carta capace di raggiungere la parità di bilancio, è in linea con la formazione di Tremonti, che non è un economista ma un tributarista. È vero che quello della giusta strategia da adottare in tempi di crisi è tema controverso, su cui si fondano opposte teorie macroeconomiche, ciascuna delle quali ha le sue ragioni. Ma nessun economista, a qualsiasi orientamento appartenga, ridurrebbe mai la questione alla sola quadratura del bilancio ignorando gli effetti delle misure finanziarie sull’economia, se non altro perché tutti i più importanti indicatori fiscali, dal debito pubblico al deficit, vengono misurati in rapporto al prodotto interno lordo, che è invece un indicatore economico. Quindi ridurre la crescita tendenziale del debito pubblico ai danni dell’economia è inutile e dannoso, come deve essersi accorta anche la cancelliera Merkel, che dopo aver preteso rigore fiscale in ogni angolo d’Europa ora si ritrova con una nuova crescita zero a casa propria. Il fatto è che in Italia dobbiamo scontare il complesso da primo della classe di un ministro che sta al governo solo se può presiedere contemporaneamente il dicastero delle finanze e quello dell’economia, ma che dedica per vocazione e capacità molto più tempo al primo che al secondo, con il risultato che “negli anni in cui egli ha avuto la responsabilità della politica economica (2001-2005, quando il suo primo documento di programmazione prometteva un nuovo miracolo economico, e 2008) la crescita italiana ha esibito un divario negativo di oltre 5 punti rispetto alla crescita europea” (da una lettera di sedici economisti italiani al ministro Tremonti, 3/9/2009).
Se le prospettive economiche del nostro Paese continueranno a non convincere i mercati, si prospettano serie difficoltà a raccogliere a prezzi accettabili i 62 miliardi di euro che entro dicembre si stimano necessari per mantenere in moto la macchina dello Stato. Anche con un avanzo primario (cioè un bilancio positivo dello Stato al netto degli interessi sul debito), ogni svalutazione dei bond italiani rispetto a quelli tedeschi si tradurrà in nuove spese, che dovranno essere compensate con manovre correttive. Ad agosto il governo ha preferito cancellare un’asta di titoli di Stato a causa dei tassi di interesse troppo alti (6.25 percento). Finora si è potuto contare su riserve di liquidità, ma alla lunga l’Italia dovrà tornare ai mercati e accettarne le condizioni per poter accedere a nuovi prestiti. Ecco perché l’iniquo disegno di legge finanziaria potrebbe non bastare anche nel caso in cui a settembre venisse approvato così com’è, cioè senza annacquamenti in ossequio ai gruppi di potere che hanno i loro tentacoli in parlamento. Si preparano gravi turbolenze alla fine dell’estate. (Marcello Tava)